I significati della musica nella costruzione del sè e del mondo



Afferma Jankélévitch (Quelche part dans l’inachevé): “Non si dovrebbe scrivere sulla musica, ma con la musica e musicalmente restare complici del suo mistero”.
Jankélévitch infrange quel modo di pensare della musica, da Platone a Schopenhauer, e coniuga la musica non con la “verità dell’essere” ma con l’ineffabile, con ciò che non si può dire e rappresentare con la parola. La musica, lungi dall’essere lo specchio dell’essere, si muove tra essere e non essere, sempre sul ciglio di un abisso, eterno transitare tra vita e morte, tra suono e silenzio. Così Elémire Zolla, nell’introduzione al “Significato della musica” di Marius Schneider, scrive: “Il mondo fu creato dalla morte, che canta il canto della morte creatrice, il quale si solidifica in pietre e carne. Dalla quiete o morte originaria sorge il desiderio, la fame o brama come allo spezzarsi di un uovo la creatura”. Tutte le volte che la genesi del mondo è descritta con sufficiente precisione un elemento acustico interviene nel momento decisivo dell’azione. Prima ancora della luce la Parola Creatrice disse “Fiat lux”. E’ noto come molte mitologie orientali della creazione parlino di un “suono che si è condensato in materia luminosa”. Anche dai fisici contemporanei l’inizio dell’universo è denominato “Big Bang” non “big light”. Ed è ancora un grido, un suono, quello del neonato che annuncia la vita di un nuovo essere. Il suono è la sostanza originaria di tutte le cose, anche là dove non è più percepibile dall’uomo ordinario. La dottrina vedica e brahmanica, ad esempio, consideravano l’origine di tutte le cose non l’istinto sessuale ma il suono. Il suono sorge da un sacrificio, un “fare sacrum”, ed è esso stesso un sacrificio la cui produzione incessante crea e mantiene in esistenza l’universo. La materializzazione progressiva di questo suono procede gerarchicamente in modo che il suono, la parola o lo spirito siano primari e la materia il gradino più basso dell’evoluzione. Così il “do” è una delle note che si disciolse dalla nota fondamentale ( dal suono-grido originario). Nell’ambito astrale il “do” diviene il pianeta Marte, nel regno animale il caprone, il segno dell’Ariete, nel computo del tempo l’inizio della Primavera, così come il tamburo a forma di clessidra, il crogiolo e così via. Il suono non solo crea la sostanza di tutti gli esseri ma li contiene, altresì. La musica è fondata sulla priorità del suono nel cosmo. Da qui la sua magia. La musica con-giunge perché porta a con-suonare tutto ciò che è capace di vibrare. La musica è l’armonia del cielo e della terra. Il rito, la cerimonia costituiscono la gerarchia tra cielo e terra. Grazie all’armonia sorgono e si sviluppano gli esseri, attraverso la gerarchia si articolano le forme, la molteplicità. La musica trae la sua forza efficiente dal cielo, i riti ne esplicano la forza ordinatrice sulla terra. La musica è all’inizio della creazione, i riti nascono dagli esseri umani. Se si produce l’armonia perfetta tra cielo e terra, cioè la “grande musica”, i riti e la musica penetrano fino alle intelligenze degli spiriti celesti costringendo le forze del cielo a calare sulla terra, consentendo alle forze della terra di sollevarsi al cielo. Non è certamente un caso che ancora, nell’uso linguistico odierno, il concetto di intesa reciproca (o tra opposti…) si esprima con parole che provengono dall’ambito sonoro come concordanza, concertazione, unisono, armonia, essere d’accordo… Dove risuona la musica nasce, ipso facto, l’ordine. Tanto più antico è il passato a cui ci rivolgiamo, tanto più vediamo la musica comparire non in forma di divertimento, di manifestazione artistica, quanto come sforzo-tensione tesa a stabilire il contatto con un mondo che possiamo chiamare metafisico. Nella sua essenza metafisica la società umana può essere considerata una “polifonia”. La materia rimarrebbe assolutamente morta se il creatore, il demiurgo non la animasse con il suo canto. Tale canto è un ritmo, quasi un accordo che regola i rapporti tra il corpo materiale e la vita spirituale di ogni creatura. Tale ritmo costituisce la natura psico-fisica del vivente umano e contemporaneamente è un simbolo poiché riconduce i diversi piani organici dell’esistenza alla loro natura sonora. Grazie a tale azione il ritmo è anche il patto secondo cui si regola il gioco delle forze armonizzatrici dell’universo. Il ritmo è, allora, alla base di ogni mutamento, tanto nel tempo quanto nello spazio. Così come la musica, similmente nelle società antiche, il  musicista è considerato come un personaggio straordinario, quasi divino, perché somigliante al creatore. Egli crea, si può dire, traendo dal nulla. Benché la sua azione sia soltanto analogica, il musicista possiede la facoltà di udire la voce segreta di tutti gli oggetti vibranti, animati o inanimati, e rifletterli. Anche l’ispirazione musicale sembra appartenere al mistero. L’ispirazione creativa o ri-creativa rappresenta un dono dovuto più alla giusta capacità di cogliere una realtà che alla combinazione arbitraria di elementi sonori. Parlando di ispirazione non si può non richiamare analogicamente il respiro. Nel respiro, la fase di inspirazione avviene quando l’aria viene immagazzinata nei polmoni prima di esalare il fiato. E’ interessante notare che quando ci riferiamo all’ispirazione creativa diciamo che l’artista è ispirato quasi come se questo designasse uno stato di totale autonomia. In realtà, quando l’intuizione e i mezzi espressivi sono armonizzati, diventiamo trasparenti ed entriamo in una sorta di stato in cui la mente non filtra gli elementi della coscienza ma li trasmette senza aggiunta alcuna. Dall’ispirazione all’opera si apre un abisso psichico al punto che, solitamente, per chi vive questo stato in maniera retta, l’opera è solo un intento, se pur grandioso, di manifestare la visione-audizione dell’ispirazione. Il soggetto ispirato sembra essere coinvolto nel respiro del proprio sé o di un Ente a lui superiore che, generosamente, rende l’uomo partecipe della sua natura grazie all’esistenza di qualcosa di simile che li accomuna. L’armonia tra il cielo, l’uomo e la terra non proviene da un’unione fisica o da un’azione diretta, ma da un accordo su un singolo suono che li fa vibrare all’unisono. In Egitto è il sole cantante o Thot, nei Veda è un inno di tre sillabe AUM (OM) dove:

A Brama crea
U Vishnu mantiene
M Shiva distrugge.

Nella tradizione vedica si dice che il verbo si è diffuso nel creato, cioè ogni tono musicale corrisponde a una figura astrale, a un momento dell’anno, a un settore della natura, a una parte dell’uomo. L’uomo deve rifarsi alle origini ogni volta che si accosta alla morte (alla malattia, al trapassare da una condizione all’altra). Gli tocca, allora, essere incantato, pietrificato, svuotato fatto risuonare. Solo colui che, periodicamente, subisce la pietrificazione, l’annullamento, può crescere, cantare una nuova vita. Il canto della morte è l’atto creativo da cui si sprigiona la vita. Il suono è la sostanza originaria di tutte le cose, anche là dove non è più percepibile per l’uomo ordinario. Abbiamo già visto che la sillaba AUM è giudicata come il sentiero più nobile per poter attraversare il mondo materiale allo scopo di volgersi-incontrare il mondo primordiale delle origini. Il sentiero inverso, la strada su cui si svolse il processo di creazione, corrisponde allora al rovesciamento della santa sillaba AUM(m). Ciò equivale a dire che la sillaba della creazione è la nMUA (muu..). Tale sillaba riproduce il muggito della vacca. Nella letteratura vedica il termine vacca equivale a canto, rituale, fecondità, ricchezza. Da qui, la sacralità di questo animale che non può essere mangiato. In quanto prossima a ciò che di irriducibile c’è in ogni soggetto, la musica è qualcosa di benevolo, qualcosa di vicino a ciascuno di noi.

Prof. Ivano Spano Università di Padova